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ORBYT: come nasce “EUPHORIA”, tra scelte creative e AI

ORBYT racconta EUPHORIA e distingue con chiarezza concept, direzione creativa, selezione umana e parti generate con strumenti assistiti da AI.

Intervista a cura di Radio9
8 ottobre 2026 · 4 min di lettura

ORBYT: come nasce “EUPHORIA”, tra scelte creative e AI — immagine editoriale
Concept e direzione creativa: ORBYT — realizzazione visiva assistita da AI

Da quale idea musicale sei partito per “EUPHORIA”, prima di utilizzare gli strumenti generativi?

Sono partito da un’idea molto precisa: trasformare in musica quella sensazione di elevazione in cui la tensione cresce progressivamente fino a diventare quasi fisica e, per un momento, si perde la percezione del terreno sotto i piedi.

La frase “I lose the ground” è diventata il centro emotivo del brano. Prima ancora della generazione avevo quindi già definito la direzione: elettronica melodica, energia club, crescita progressiva e un punto di rilascio emotivo molto netto. Non cercavo semplicemente una traccia dance, ma una progressione capace di passare da una dimensione intima a una sensazione di apertura ed euforia.

Quali parti hai scritto o realizzato direttamente e quali sono state generate?

Il processo è ibrido. Il concept, la direzione musicale, il significato del testo, le frasi centrali, la struttura desiderata, la direzione vocale e tutti i criteri con cui ho scelto o scartato le varie versioni sono stati definiti da me.

Il testo è stato sviluppato attraverso un processo iterativo assistito da AI: non considero il primo output come materiale definitivo. Frasi, struttura e funzione delle diverse sezioni vengono selezionate, modificate o eliminate in base all’identità che sto cercando.

Melodia, armonia, parte della strumentazione e performance vocale sono state generate attraverso strumenti di produzione musicale assistita da AI sulla base delle indicazioni creative fornite. La voce è quindi una voce generata, non una cantante reale registrata in studio.

L’arrangiamento finale, però, non deriva da una singola generazione accettata così com’è: ho lavorato attraverso molte versioni, cambiando struttura, intensità delle sezioni, comportamento della voce, rapporto tra parte melodica e parte club, transizioni e dinamica fino a individuare la combinazione che ritenevo corretta. Per me il punto centrale è proprio questo: la generazione produce possibilità, mentre il lavoro creativo consiste nel decidere cosa deve diventare il brano.

Quali strumenti hai utilizzato e su quali elementi sei intervenuto dopo la generazione?

Per la fase generativa musicale ho utilizzato Suno. Successivamente il materiale è passato attraverso un lavoro di selezione ed editing sul file stereo, controllo della struttura e delle dinamiche, verifiche sull’equilibrio frequenziale e finalizzazione/mastering.

Sono intervenuto in particolare su durata, equilibrio tra voce e parte strumentale, energia percepita delle diverse sezioni, basse frequenze, dinamica complessiva e resa finale destinata allo streaming. Una parte importante del lavoro avviene però ancora prima del mastering: spesso significa scartare completamente una versione e tornare alla generazione perché una correzione tecnica non può compensare una scelta artistica sbagliata.

Un cambiamento concreto tra una prima versione e quella pubblicata?

Uno degli aspetti su cui ho lavorato maggiormente è stato il rapporto tra componente emotiva e componente club. Alcune versioni precedenti funzionavano bene musicalmente, ma arrivavano troppo velocemente alla parte energetica oppure mantenevano troppo a lungo la componente melodica. In entrambi i casi si perdeva la sensazione di progressione che cercavo.

Ho quindi continuato a modificare struttura, ingresso della voce e sviluppo delle sezioni finché il passaggio verso il momento più euforico non è sembrato una conseguenza naturale di ciò che viene prima. Anche l’interpretazione vocale è stata un criterio decisivo: cercavo una voce presente ed emotiva, ma non eccessivamente teatrale. Diverse versioni sono state scartate semplicemente perché il timbro o il fraseggio cambiavano la percezione del brano, anche quando musicalmente erano valide.

Quali caratteristiche rendono riconoscibile ORBYT?

Credo soprattutto la ricerca dell’impatto. ORBYT non nasce attorno a un singolo genere o a uno specifico software. Cerco continuamente il punto d’incontro tra energia fisica, componente melodica e dimensione cinematografica.

Ogni brano parte da un’identità o da una scena mentale precisa e viene sviluppato finché non produce una reazione riconoscibile: tensione, elevazione, movimento, sorpresa.

Un’altra caratteristica importante è che non considero le prime versioni come risultati. Il processo è molto selettivo: genero, ascolto, confronto, elimino, modifico e ricomincio. Anche una versione tecnicamente buona può essere scartata se non possiede una personalità abbastanza forte. È questa direzione creativa, più dello strumento utilizzato, che considero l’identità di ORBYT.

Fonti ufficiali

Verifica: 8 ottobre 2026. Consulta le fonti per gli aggiornamenti.

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